CAPITOLO 2

Perdavero recordo che abiammo partito di Chiaramonte, che ci abiammo salutato e baciato con li famiglie, e chi a piede e chi a cavallo siammo partite alla menzanotte. Alli ore 8 del ciorno 21 febraio siammo revate a Modica, che era il primo ciorno della santa Quaresema. Cosi non ci anno passato neanche una visita e ci anno fatto prentere il treno per Siraqusa. Che poie ora non erimo li sole 35 piciotte di Chiaramonte ma cerino li piciotte di Vittoria, di Comiso, di Raqusa, di Modeca, di Scichile e di tutta la provincia. A Siraqusa erimo deventate 1500, che non ci siento posto nelle caserme di Siraqusa ci anno messo dentro a una crante chiesa, chiamata la chiesa della Misericordia. Poie ci anno dato 5 chila di paglia per uno e questo era il nostro letto per dormire. Che belle feste di carnevale che ci avevino fatto fare, che ci anno chiuso in questa chiesa come si avessemo state una vardia di delenquente! Che magare nella porta della chiesa ci anno messo per sentenelle, la prima sera, 2 carabiniere con li moschette e li pestole pronte per poterece magare sparare! Quinte allora questa chiesa della Misericordia aveva deventata uno carciro di delenquente e certo che alla prima notte non abiammo potuto dormire perche’ erimo arrabiate, perche’ non ci anno voluto fare uscire a cirare Siraqusa, che comincianto di me io a Siraqusa non ci aveva stato maie, mentre a Catania ci aveva stato e a Lintine pure. Erimo tanto arrabiate che la paglia che ci avevino dato, con il tanto bordello, di 5 chila per uno labiammo fatto adeventare uno menzo chilo di porbire tanto labiammo pestata quella notte. Come si a’ fatto ciorno ci abiammo fatto il conto che in questo Siraqusa ci dovevino passare una viseta per vedire chi era abile per antare nelle bersagliere e chi era abile per antare nella artigliaria, e poie ci asegnavino il reggemento, e poie ci mantavino 4/5 ciorne a casa nostra, e poie come revava la ciornata della partenza partiemmo. Invece non a’ stato per niente come lavemmo penzato. Lindimane ci anno dato una tazza di café e una pagniotta e lire 2 per uno e ci anno portato alla stanzione, che ci anno fatto mettere 30 di noie per ogni vacone merci e ci anno chiuso con la saracinesca come fossemo 30 pecure, e nesuno che ci avesse detto: racazze, se avete di bisognio di antare al cabinetto vi la potete fare adosso che il treno non zi ferma! E perdavero abiammo partito di Siraqusa e il treno si a’ fermato solo in una stanzione di campagna a meta’ strada di Palermo, in uno paese chiamato Villarosa, che uno capitano, comandante della tredotta, ci a’ detto: ragazze, chi deve antare a cabinetto ci vada, cosi allo scoperto, perche’ poie questo treno si ferma solo a Palermo! E cosi abiammo saputo di preciso che dovemmo antare a fare li soldate a Palermo. Certo che in quelle ebiche il treno, per non ci essere tanto carbone, magare lo facevino camminare a forza di legnia accese e quinte questo treno camminava quanto una buona carrozza con 2 cavalle, tanto che da Siraqusa a Palermo ci siammo state un ciorno e una notte. A Palermo ci anno portato alla caserma chiamata il Politiama, che questa era perdavero una caserma, che non era una chiesa, perche’ cerino li lette recolarmente con il materazzo e magare li linzuole. Quinte per la prima notte, tutte quanto erimo, ci abiammo fatto una bella notata di dormire. Nella prima ciornata di Palermo recordo che ci anno dato lintrizzo per poie mantarlo alli nostre famiglie, che lintrizzo era questo: al soldato Rabito Vincenzo, 310 battaglione, caserma Basso, Palermo. Poie ci anno dato uno zaino per uno, che dentra a questo zaino cerino 2 vestita di soldato, che uno vestito serveva per la stacione estiva e uno vestito serveva per linverno. Pero’ queste vestita non erino fatte a misura dogniuno di noie, ma erino fatte cosi come vineva vineva, che quelle che erimo curte ci toccava uno vestito crante e quelle che erino crante e magare lunche ci toccava uno vestito picolo, che cosi per la prima ciornata come ci avemmo vestito soldate paremmo come li popazze che metevino nelle albire delle fico, chiamate spagniapassere. Li vestita che ci avemmo da borchese li dovettimo mantare alle nostre famiglie, perche’ oramaie erimo soldate e avemmo incagliato come li tope dentra la rattera. La prema lettera che io o’ riceuto dalla mia madre non diceva altro che “figlio mio Vincenzo, come o’ receuto li tuoie robbe mi o’ fatto una ciornata di pianto!” che mi diceva: “caro figlio Vincenzo, io perdento a te o’ perso tutto, perche’ Ciovanne e Vito non penzano per la casa come ci penzi tu!” … Ma che cosa io ci poteva fare a questa povera madre, che ora che io aveva deventato crante mi anno chiamato per soldato!? E io ci scriveva che come faceva pacienza io, cosi doveva fare leie. Che poie questo desonesto coverno della descraziata casa Savoia solsidio alla famiglia non ci ne dava e quinte la mia povera madre poteva morire di fame. E poie unaltra descrazia recordo: come anno passato 30 ciorne mi a’ revato unaltra lettera che mi diceva: figlio mio Vincenzo, ogge a’ partito magare il mio figlio Ciovanne, ora si che mi sono ancora piu’ rovenata!

Quinte io, sentento queste lettere cosi piatuse, mi veneva di piancere, che diceva: povera mia madre, come la deve passare questa sua maledetta vita, con tante figlie a fare crescire! Poie che magare la mia madre mi scriveva:

– Figlio mio non ti posso mantare neanche lire 5 perche’ non ti li posso mantare… e io ci responteva: – Cara madre, penzate per voie e li vostre figlie che io qui sempre mi arancio. – Certo che io lo’ capito subito come si doveva fare il soldato, che non zi doveva tenere paura maie maie della precione, che erimo 4 coscritte che li nostre famiglie non ci potevino mantare soldi e tutte e 4 dacordio non cera una sera che dalla caserma non uscemmo fuore con una camicia arrobata dalle altre compagnie e ci lantiammo a ventere magare per lire 8, di maniera che poie ci spartiemmo lire 2 per uno. Poie che il coverno ci dava altre 2 solde al ciorno, quinte io ci li poteva mantare alla mia madre lire 5 al mese e la mia madre sempre lo diceva: – Il mio figlio Vincenzo ene quello che sempre penza alla famiglia! – Certo io per avere queste solde doveva fare il latro, ma il soldato se non zi sa arranciare ene uno soldato troppo fessa. Certo che io non mi poteva chiamare uno latro perche’ il vero latro per me era il coverno che ci aveva robato alla mia madre 2 figlie, ora che erino belle crante e ci potevino dare aiuto per quadagniare soldi. Ma che cosa si ce poteva fare che aveva scopiato questa maledetta querra voluta daie desoneste che comantavino per fare morire alli povere soldate!

A noie a Palermo ci facevino fare tante strozione per impararece a sparare e a come si faceva la querra. Ci facevino fare tante lunche marcie e li soldate piu’ lunche li metevino davante e li piu’ corte li metevino li piu’ intietro, per non parere troppo redicole, perche’ li palermitane sempre ci facevino la frinza ma noie ci ne fotiammo della frinza che ci facevino queste stronza palermetane. Recordo una sera che io, con altre, mi ne sono antato allo casino dove cerino tante femmene che facevino li putane. Palermo era tutto soldate e li butane che cerino nella Sicilia pare che si navevino venuto tutte a Palermo. Quinte io, quella sera, non mi trovava neanche una lira nelle mieie tasche, che per una volta queste donne volevino 10 solde e io queste solde stesse non li aveva.

Recordo che mi sono sedoto e una di queste belle donne si a’ seduto supera li miei campe per inzurtareme e direme: antiammo in cammira!

Per tante volte io ci o’ detto che soldi non ci no’ e non ti posso pagare, ma questa donna descraziata mi a’ livato il berretto e si nantato nella sua camira, si a’ corcato nello suo letto , si a’ spogliato complitamente nuda e poie si a’ messo il mio berretto inmienzo alle suoie campe. Io perforza dovette fare quello che voleva fare questa crante putana, ma li vere chiachire foreno che questa voleva essere pagata e io soldi non ci naveva. Cosi questa mi a’ dato una tempolata e una ci no’ dato magare io, e cosi ci abiammo aferrate come 2 cane arrabiate. Per subito a’ venuto la padrona della casa e magare il suo innamorato che volleno sapere il motivo, e io ci lo’ racontato e mi anno dato raggiune a me, perche’ quanto io ci aveva detto che soldi non ci naveva leie non mi doveva inzurtare. Quinte quella volta mi la sono cavata bene, che questo innamorato era una persona troppo esperta, che poteva socedere una ammazzatina quella sera, perche’ io ci aveva la baionetta e poie che magare dentra il casino cerino altre 20 soldate che sicuro adefentevino a me. Che belle recorde che erino queste, che io non li dementecava maie, e mi piaceva magare di scriverle per poie poterle racontare! Recordo unaltro caso di questo Palermo, che nella mia cammerata ci a’ stato uno che aveva cascato ammalato di una malatia infetiva. Quinte erimo 20 in questa cammerata e tutte e 20 ci anno messo in 2 cammio che facevino servizio come pronte secorso e ci anno portato allospedale di Palermo, che non cerino puoste e ci anno portato a Trapone. Sempre corre corre, carrecate dentro questo cammio, io tra di me diceva: adio Vincenzo Rabito, che con questa malatia di tifo posso morire!

Invece a Trapone ci anno fatto lanalese a tutte 20 soldate e perdavero 18 di queste anno resoltato positive, che perdavero avevino il tifo, mentre io e unaltro abiammo resoltate necative. Siammo state 2 soldate vero fortunate, che non ci anno fatto retornare a Palermo, che ci anno tenuto a fare servizio allospedale di Trapone per antare a compirare la spesa a queste 18 ammalate. A me solo mi anno fatto fare questo lavoro di compirare la spesa e uscire fuore, mentre quellaltro si lanno tenuto li sorelle come impermiere. Certo che io quando sono partito di Palermo diceva: che brutta fine morire malato di tifo!

Mentre che a Trapone mi a’ venuta una crante fortuna, che io antanto a compirare la spesa non cera uno ciorno che con il mio sapere fare non quadagniava una lira e tante volte magare lire 2. Tanto che io aveva scritto alla mia madre (per non ci dire che era allospetale) che non mi scriveva perche’ mi avevino portato a fare il campo e ora mi davino 6 solde al ciorno. Che la mia madre per subito ci a’ creduto, perche’ io da Trapine ci o’ mantato lire 10, che la mia madre con lire 10, poveretta, ci manciava con li suoie 5 figlie da 2 a 3 ciorne. A Trapone ci sono stato 28 ciorne e li sorelle crocerosine mi anno fatto magare la scuola… tanta salute a queste sorelle di questo ospedale di Trapone, che mi aveva creduto che io doveva morire con il tifo e invece sono antato a scuola e ci o’ mantato 10 lire a mia madre! Io quinte sempre aveva detto che era stato sfortenato e invece era uno deie fortunate e mi senteva uno soldato felice. Ma questa feliceta’ che io aveva a Trapone si a’ fenuto per subito, che ora a Palermo, come sono revato, subito li desoneste officiale anno detto che tutte li soldate che avemmo stato a Trapone, invece di darece 10 ciorne di reposo, dovemmo fare li strozione che non avemmo fatto. Quinte mi recordo che io non mi ne sono inteso niente di male, ma 15 di quelle che erino state ammalate, con questa pesante istrozione, li anno fatto cascare unaltra volta ammalate, con forte febre a 40, e li dovettero mantare unaltra volta allospedale, che 3 di queste soldate magare anno muorto. Ma era tiempo di querra e magare che li soldate morevino nesuno ci faceva caso. Che poie magare li medece facevino tante sbaglie e sempre avevino raggione. Recordo che come abiammo fenito tutto il procramma de tutte listrozione ci anno dato il brevetto che noie erimo adeventate soldate scerte, che sapiammo sparare, che li oficiale ci anno detto: ora si che potete camminare a testa alta! Pare che a darene quello pezitino di carta ci avesseno dato lire 1000! Mentre a noie questo premio di essere soldate scerte ci faceva completamente schifo! Perche’ noie il deploma di soldato ci lo potiemmo strecare nelle palle! Noie vogliamo una lira e non il deploma, perche’ co una lira in quelle tempe miserabile si poteva antare a manciare e magare al teatro si poteva antare, mentre il deploma solo serveva per potere antare alla querra e farese ammazare. Recordo che a Palermo, cosi allimpizata, ci a’ venuto una telefonata, che queste soldate del ’99 corre corre dovemmo antare unaltra volta a Siraqusa, per antare a passare la visita, che chi era abile per antare nella cavallaria antava nella cavallaria e chi era abile per antare nelle bersagliere antava nelle bersagliere. Cosi perdavero come avemmo venuto, con quello treno mercio, siammo retornate a Siracusa e ci anno passato la visita e io sono stato abile nella fanteria. Quinte quelle che sono abile per li altre corpe si ne dovevino antare chi a Ferenze, chi a Napole, chi a Bare, e chi doveva antare a Milano, a seconto dove era il suo reggemento. Che poie tutte li reggemente antavino dove cera la querra e quinte dovemmo antare tutte alla querra, che certo con questa venuta di Palermo, con questa chiamata corrento corrento, ci a’ fatto impresionare assaie. Perche’ poie magare ci aveva stato la reterata chiamata la crante perdita di Caporetto, che li austriece ci avevino livato alli italiane meta’ del territorio del Venito. Quinte si diceva che litalia alla querra ci doveva portare alli ciovenessime ragazze del 1899, che questa per me era una bruttissima notizia, che io era propia di questa chilassa del ’99. Io aveva recevuto recordo una lettera della mia madre che diceva: – caro figlio, Ciovanne lanno portato al campo di Teano, vicino Caserta, e poie lanno portato a Curizzia e lanno portato a MonteCavallo dove cene la querra piu’ foriosa. Ora ave piu’ di 20 ciorne che non scrive e non si sa si a’ stato preso precioniere…-

Certo che magare io non aveva receuto lettere di questo mio fratello Ciovanne e quinte io alla mia madre, per non la fare ancora piu’ piancere, ci o’ scritto che noi picole soldate di 17 anne alla querra non ci antiammo, che dovemmo fare servizio come soldate della terretoriale a Siraqusa. Senza sapere che cia’ ci avevino fatto soldate scerte, che erimo pronte per potere antare alla querra. Quinte io alla mia madre questa vereta’ non ci lo diceva, per non la fare piancere piu’ assaie. Recordo che a Siraqusa ci avevino portato unaltra volta a dormire sempre nella stessa chiesa della Misericordia, sempre con le stesse 5 chila di paglia lunca per dormire. Ma pero’ davante la porta della chiesa non cerino messe li carabiniere, come avemmo venuto la prima volta, ma ora nella porta ci montava uno solo piantone e poie magare cera la libira uscita come cera a Palermo recolarmente. E magare ciusto che cerino poche ciorne per partire, magare cerino permesse per la durata di 24 ore e magare 36 ore, ma pero’ queste permesse erino per le soldate delle paese vicino Siraqusa, voldire per li soldate che erino del paese di Avola e Noto e perfino al paese di Modeca e magare per Vettoria perche’ cera il treno diretto e in 36 ore con il treno, antata e ritorno, non per stare a casa ma solo per quanto poteva antare a baciare la sua famiglia e poie retornare subito, perche’ se portava retardo, magare 12 ore, il soldato poteva essere denunziato al trebonale militare. Quinte per tutte quelle che erimo deie paese come Chiaramonte, Cerratana e Monterosso, e magare Acate, che non cera treno, permesse non ci nerino perche’ erimo troppo lontano. Quinte chi aveva le famiglie benestante magare ci venevino li famiglie a Siraqusa a vedere li figlie prima di partire, ma certo la mia povera madre non ci poteva venire e quinte bisogniava di studiare come io poteva scapare da Siraqusa per antare a Chiaramonte e antare a baciare e a salutare alla mia madre e tutta la mia famiglia. Io ora doveva cercare a uno altro presentuoso chiaramontano come a me e per subito lo’ trovato, che cera uno soldato che si chiamava Vito Panasia, che era uno contatino come era io, che non si senteva sperto come alli altre chiaramontane, e tutte e 2 ci sapiemmo asentere, che quello che faceva io faceva luie e quello che voleva fare luie piaceva a me. Quinte io a questo Vito Panasia lo’ chiamato e ci o’ detto: – Vito che fa ci naie coraggio? – … e questo Vito mi a’ detto: – perche’mi lo staie decento? Che cosa dovemmo fare? Che dovemmo antare a robare opure antare a prentere a bastonate a qualche soldato? – Ma io ci o’ detto: – Vito non dovemmo antare ne’a robare e neanche di antare a fare male a nesuno, solo che dovemmo scapare questa notte per antare a vedere li nostre famiglie, che si partiammo per la querra non zi sa se retornammo – … E Vito Panasia mi a’ detto: – come dice tu Vincenzo, io ci staio! – Come Vito mi a’ detto di si, io ci o’ detto che dovemmo scapare con tutte li nostre robbe, e magare lo zaino e il fucile, che cosi usciento della porta ci diciammo al piantone, sempre arrabiato per non dare sospetto, sempre per fare una finta, che antiammo a fare la quardia alla stanzione. E perdavero cosi abiammo fatto. Recordo che erino li ore 20 della sera, che in quello orario dentra la chiesa non cera nesuno, quinte io ci aveva uno zaino pieno pieno di robba, che era piu’ assaie di 40 chila (perche’ io aveva deventato uno soldato strafotente che nel mio zaino ci aveva sempre piu’ assaie robba delli altre soldate!) e cosi io e questo Vito Panasia ci abiammo preso il nostro zaino, con tutte le cerbenne e il fucile e il tascodapane con la stessa borragia e la cavetta, sempre per fare una finta che dovemmo fecurare che antiammo di quardia . Quanto abiammo passato della porta della chiesa il piantone ci a’ detto: – dove antate? – E io subito, sempre arrabiato e bestemianto, ci o’ detto: – maledetto noie che siammo uscito in questo monto maledetto! Stiammo antanto alla stanzione a fare servizio! – Il piantone, che a me mi conosceva, mi a’detto: – Rabito io magare staio facendo il servizio, ma che cosa ci posiammo fare che se ci arefiutammo ci processeno e ci manteno in calera! – Cosi io e Vito Panasia, quella sera del 23 ciugno del 1917, ci abiammo trovato alla stanzione di Siraqusa, che abiammo scarrecato lo zaino sopera il sedele, che li cerino magare tante soldate e tante carabiniere che ci quardavino, ma maie maie si avesseno potuto credere che noie stapiammo scapanto senza nessuno permesso. Poie vedentoce con il zaino e il focile e lirmetto con il cottacola abasato nel collo, certo che tutte si ficuravino che noie erimo comantate de servizio. Cosi Vito Panasia si stapeva seduto e io, che mi senteva piu’ sapiente, domantava alli impiagate li trena che quella notte partevino per antare a Catania e lorario magare quanto passavino dalla stanzione di Lintine. Limpiacate mi anno detto che uno parteva alle ore 22 e unaltro alle ore 24, voldire a menzanotte. Cosi prentemmo il treno che parteva alli ore 22, senza dare nessuno sospetto che erimo 2 soldate desarture, infatte da Siraqusa alla stanzione di Lentine non ci anno domantato neanche il belietto perche’ tutte si cridevino, il controllore e magare li carabiniere, che erimo di servizio perche’ noie la bella parte la sapiammo fare. Cosi revammo a Lintine Stanzione che abiammo sceso e io o’ domantato a uno impiacato di questa stanzione per fareme dire la strada per antare alla stanzione dell Agnione, che in questa stanzione dell Agniune cera il treno che veneva di Catania e poie antava a Vezine Campagnia e Caltacirone. Io e Vito Panasia, per antare a Chiaramonte, era propia il treno di Catania che dovemmo prentere e questo impiacato ci a’ detto che il treno di Catania che antava a Caltacirone passava dalla stanzione dell Agniune domani verso li ore 6 di matina. Cosi io ci o’detto tante crazie a questo impiacato e io e Vito Panasia abiammo partito per questa stanzione chiamata Agnione, che abiammo aspetato perfina alli ore 6. Alla matina perdavero alli ore 6 passavo il treno e ci abiammo messo sopera e come abiammo revato alla stanzione di Licordia/Vezine abiammo sceso. Per arrivare sempre nella stessa ciornata a Chiaramonte dovemmo prentere campagnie campagnie e camminare adio a la fortuna, perche’ se prentiammo per li strade revammo sicuro 10 ore piu’ tarde. Io in queste campagne di Vezine ci aveva stato magare per cercare lomache e quinte tutte li corzatoie per antare a Chiaramonte tutte li sapeva. Cosi abiammo preso di una vechia molitiera che antava a passare sotto il molino ad aqua che si chiamava il molino di Vezine, che io in questo molino ci aveva stato a macinare e sapeva magare che cera uno bello albiro di cirasa. Quinte, secome erino li ultime ciorne del mese di ciugno, come siammo passate vicino a questo crante albiro abiammo visto che era bello carrecato di cerase mature. Cosi abiammo scarrecato li zaine e ci abiammo messo a manciare cerasa, che io sono salito sopera lalbiro mentre Vito manciava cerase delle rame che pentevino per terra. Ma non passareno neanche 2 minute che abiammo inteso uno crosso cane di quardia abaiare e poie per subito vinere a mozicare li campe a Vito che era per terra. Ma non a’ venuto solo il crosso cane, ma a’ venuto magare il molinaro colla molinara, con li pietre alli mane, che una di queste pietre mi lanno terato nella mia testa. Quinte io mi sono messo a credare, e magare Vito che il cane ci stapeva mordento li campe, che io ci o’ detto a queste molinare: – vigliache, per menzo chilo di cerasa ci state ammazanto! – Quanto queste molinare si anno acorto che noie erimo soldate, che anno visto che sotta lalbiro cerino li zaine e magare li fucile, invece di remproverarene si anno messo a piancere, domantantoce magare perduno che a me mi avevino terato una pietra nella testa e il cane che aveva murdito li campe a Vito. Cosi ci anno baciato e portato al molino come fossemo 2 suoie figlie. Che ci anno per subito cocinata la pasta al zuco, co uno coniglio ammazato, dicentoce sempre: – perdonatece e manciate, che noie magare ci labiammo 2 figlie soldate come voialtre… manciate senza vercognia… ora la cirasa vi la potete manciare tutta… noie non lo sapiemmo che erivo due soldate! – Cosi queste 2 brave marito e moglie molinare ci anno dato a manciare e a bere vino e labiammo rencraziato della bella ospitalita’. Ci anno baciato come fossemo li suoie 2 figlie, noie ci abiammo carrecato lo zaino e partiemmo, sempre per queste mulitiere di campagnia, che dovemmo camminare sempre pietrepietre. Certo che ora avemmo manciato e ci abiammo messo in forza, quinte camminammo piu’ assaie. Recordo che quanto siammo revate alla contrata chiamata Fontocallina, secome era il tiempo della mititura del crano, abiammo visto in uno pezzo di terra una ciurma di 20 uperaie che mitevino lo crano e per non ci fare vedere abiammo passato basse basse e magare a carpone. Ma queste mititore ci anno visto lo stesso e si anno messo a dire che passavino 2 soldate. Queste mietiture erino tutte chiaramontane e per subito ci anno reconosciuto. Il padrone invece era raqusano, per subito a’ chiamato alla sua moglie e ci a’ detto: – faciammo manciare a queste 2 soldate, che sicuro stanno venento dalla stanzione di Vezine a piede e sono stanche! – Cosi ci anno fatto manciare ricotta e pane e formaggio e vino fresco ci anno fatto bere. Cosi abiammo manciato per la seconta volta, labiammo salutato e labiammo rencraziato e sequitammo la strada per antare a Chiaramonte, sempre camminanto a passo di uno quanto si trova persiquitato dalla leggie. Recordo che come siammo arrevate alla contrata chiamata Curulla, che da Santa Lucia per antare a Chiaramonte ci voleva neanche menzaora di camminare, a me e a Vito ci a’ parso troppo presto, che esento presto, esento la festa di San Ciovanne, nel paese cera tanta di popolazione, che a noie che erimo scapate e senza permesso ci avesseno potuto vedere li carrabiniere e quinte queste carrabiniere ci avesseno potuto dire: – a voialtre soldate chi vi ci porta qui? – E avessimo stato accalopate per subito e avessimo fatto questa bella cuoppila di mincia! Cosi abiammo penzato di antare a cirare della strada che passava della Madonna delle Crazie, che cosi perdemmo piu’ tempo e revammo piu’ tarde. Cosi perdavero abiammo antato a cirare della chiesa delle Crazie e poie scentere per il cemitero, ma recordo che come siammo revate al cimitero di Chiaramonte li’ ci aveva uno pezzo di terra il padre di Vito Panasia e ciusto ciusto il padre di Vito propia quella sera si a’ trovato in questo pezzo di terra, e quinte Vito Panasia si nanto’ con il suo padre. Ma pero’ la casa di questo Vito Panasia era nelle pereferie del paese e magare che revava con la luce del ciorno non aveva tanta preucopazione. Il male era per me, che io doveva antare allo centro dello paese, e quinte se prima non passavino 3/4 ore di tempo, che non zi facevino li ore 23 o menzanotte, io Vincenzo Rabito nel paese non poteva entrare, per non mi fare vedere dalla cente cosi vestito da soldato. Quinte io, per non mi fare vedere, o’ aspetato 3/4 ore a una crotta che noie la chiamammo “la crotta del massaro Lucio Cadoco”. Cosi recordo che si a’ fatto menzanotte e quinte questa era per me la piu’ bella ora per antare alla mia casa, che tutte si antavino a corcare, ma quanto uno nasce per stare arrabiato e bestimiare la desonesta ocasione la trova sempre. Per corzare la strada o’ preso la discesa della strada di San Ciovanne, che per questa calata di San Ciovanne cerino sicuro 100 scalone, senza penzare che con quelle crosse scarpona di soldato e con quelle crosse ciovona che cerino nelle scarpe avesse potuto cascare per terra e potereme rompire magare una campa. Solo li mieie penziere erino che non mi avesseno visto li carrabiniere, che era menzanotte, li acente erino corcate, e io doveva antare ad abraciare alla mia povera madre con tutte li mieie sorelline e fratelline. Quinte non penzaie a niente piu’ e o’ cominciato a scentere queste malidette 100 scalone della descesa di San Ciovanne, che perdavero non zi senteva nesuno che parlava, solo che se senteva uno piciriddo che pianceva, che forse la sua madre non lo poteva fare dormire. Recordo che pare che mi avesseno ammutato, che io con quelle crosse scarpone o’ scivolato, con tutto quello zaino, che perlomeno o’ fatto piu’ di 10 scalone sempre a trascinione, che la cavetta che ci aveva a’ volato e a’ fatto piu’ di 50 scalone e magare il focile si a’ rozzolato. Io mi sono alzato sempre bestemianto e, secome lo scruscio e lo remore a’ stato assaie, davante di me cerino che mi quardavino piu’ di 10 carose che cridavino: – Il soldato passa! Il soldato a’ cascato per terra! – Io non mi vercogniava perche’ aveva cascato e neanche se cerino li caruse, ma teneva paura che dorante questo romore e bacano si avesseno visto qualche quardia monicipale, opure mi avesseno sentito qualche patuglia di carabiniere. Ma suno stato troppo fortenato che erino li sole caruse che mi anno acompagniato perfina davante allo cortiglio dove io stapeva, che come sono revato davante alla mia porta, che o’ chiamato alla mia madre, tutte queste carose anno capito che io era Vincenzo, il figlio della gna’ Tura Rabito, e si ne sono antate. Cosi si a’ fenito questa bella festa, questa bella demustrazione per li caruse, e per me una crante bestimiata, e questo bello recordo che non mi lo dementicava maie. Come sono revato dentra ci siammo abraciate colla mia madre e colle mieie fratelle tutte e ci o’detto: cara madre, sono venuto per solo fare una visita, che in queste ciorna dovemmo partire per antare al campo…- Certo la mia madre si a’ messo a piancere perche’ il figlio Ciovanne, che era a fare la querra, ave piu’ di 20 ciorne che non scrive e quinte la mia madre aveva raggione di piancere, che cosi ci aveva tutte e 2 li figlie precolose. Poie mia madre si a’ merevegliato che io aveva venuto con quello zaino pieno di robba, che cerino tutto a 2 a 2, voldire 2 cammice, 2 maglie di vera lana, 2 motante, 2 vestite di soldato, 2 paia di scarpe, 2 paie di calzette e magare 2 coperte, una crante e una picola, e 2 pezza da piede cerino . Poie cerino magare 2 materazza pagliarecia, e poie cerino magare cochiaia e forchette e una cavetta e una borracia e uno tilo da tenta cera. Quinte in quello zaino cera piu’ assaie della dota della robba che il soldato doveva portare nella querra e io alla mia madre ci o’ detto: – mamma questa robba tutta vi la lascio e domane, che mi ni vado, questo zaino invece di portaramillo vuoto mi lo porto pieno di manciare! – Quinte mia madre per subito si nantato nelle Patte, che queste Patte facevino pane e scacie e pastiere, e quinte la mia madre mi a’ fatto lo zaino pieno pieno di manciare. Poie mia madre si prenteva pena che con questa robba che io ci lasciava mi mitevino in calera e io ci o’ detto: – magare mi metesseno in calera, che cosi non antasse a fare la querra!

Poie ci o’ detto alla mia madre che non lo dicesse a nesuno che io era venuto a Chiaramonte e la mia madre mi a’ detto: – va bene figlio mio, cosi dice e cosi io faccio! – Cosi recordo che in questa festa di san Ciovanne del 1917 io sono stato per tutta la ciornata dentra casa, senza che o’ uscito uno minute fuore, e alla notte, che poie aciornava il ciorno 25, io e questo Vito Panasia ci abiammo carrecato lo zaino e partiammo unaltra volta per antare a Siracusa. Ma pero’ piu’ non cera bisognio di camminare con tanta paura perche’ piu’ li nostre famiglie lavemmo salutato e perche’ piu’ li nostre madre lavemmo baciato.

Mia madre si aveva impresionato che questa robba che io aveva lasciato mi lavesseno fatto pagare, ma io ci o’ detto: – Lasciate che io la paco, che il coverno mi paga con 2 solde al ciorno e mi sta facento lavorare come uno mulo e magare mi porta a fareme ammazare! – Quinte io e Vito siammo antate a prentere il treno al paese Comiso , che cera il treno che vineva di Vettoria, e ci abiammo messo sopera. In ciornata, alla sera, siammo revate a Seraqusa, nella chiesa di dove avemmo scapato. Ma siammo state molto fortunate, che avemmo revato una ura prima di chiamare lapello, perche’ se avessemo revato un aura piu’ doppo avessemo stato per 3 volte asente. Che per 2 asente la pena non era tanto crave, mentre con 3 asente, esento tiempo di querra, veniammo dechiariate desarture, che potiammo essere magare focelate.

Recordo che come a’ venuto il capitano a chiamare lapello, quanto revavo a chiamare tutte quelle che avemmo state asente, li prima a’ chiamato: Rabito Vincenzo e Panasia Vito. Il capitano, tanto recoruso, ci a’ detto: – Vegliache! Desoneste! Dove siete state? – E quinte io ci o’detto: – Signore capitano, se ci perdona ci diciamo la vereta’. Che secome, quando siammo partete del paese di Chiaramonte, il ciorno della festa di carnevale, io e questo Vito Panasia ciusto ciusto alli nostre madre non labiammo potuto baciare perche’ erino antate a Catania nelli suoie parente, quinte, ora che si sente dire che dovemmo partire dove cene la querra, e per noie di Chiaramonte permesse non ci nerino perche’ a Chiaramonte non cene treno, quinte signore capitano

per antare abraciare alli nostre madre abiammo scapato e questa ene la vera vereta’! Ora signore capitano quello che ci vuole fare fa’! – Il bravo capitano ci a’ detto: – Per ora antatevene a corcare, che domane matino senterete la vostra contanna! – Quinte io e Vito abiammo detto che forse ci labiammo cavato bene e ci nabiammo antato a corcare. Alla matina, invece di sapere la condanna, nella tabella dove ci scrivevino li ordine del ciorno cera scritto che tutte quelle di Siraqusa dovemmo prentere il treno e dovemmo antare a fare 40 ciorne di campo a Empoli Campagnia, nella provincia di Salerno. Poie magare cera scritto che tutte li soldate che erino in atisa di ciudizio il comanto della devisione li aveva acraziato e perdonate e quinte io e Vito Panasia siammo state completamente perdonate. Che belle recordite che erino queste di questa vita passata di Rabito Vincenzo, che io li teneva a mente e magare li scriveva per tenerle sempre presente e poie racontarle. Cosi il primo luglio ci anno fatto ladonata e alla sera stessa, verso li ore 23, ci anno messo 30 soldate per ogni vacone, non nelle vacona passaggiere ma nelle vacone che straportavino mercie, che se avessemo stato muli opure asene ci ni avesseno messo 10, mentre di noie soldate ci ni anno messo 30. Quinte ci anno tratato peccio delle scecche! Pero’ recordo che li oficiale viaggiavino nelle prime vacone, che erino vacone dove viaggiavino li borchese. Cosi il treno partio e quanto abiammo passato la stanzione di Aucusta, che erimo arrevate quasi a Lintine, il treno si a’ fermato in una aperta campagnia perche’ a’ fenito il carbone. Erimo 2000 queste ciovinotte del 1899 e tutte 2000 abiammo sceso a terra, che abiammo ocopato sicuro 6-8 ettere di terra. Quanto bordello recordo che abiammo fatto con questa fermata di treno! Questo pezzo di terra era semminata a cece, che queste cece erino belle mature e belle piene, che si potevino manciare crode, a uso come se mancino li cecere verde. Cosi, tutte noie 2000 che erimo, ci ni abiammo scepato uno bello mazzo per uno e quinte abiammo scepato 2000 mazze di cece. Recordo li’ vecino cerino una partita di case che cerino li padrone di questa terra e tutto a uno tratto abiammo sentito 10-12 cane abaiare e venire verso dove erimo noie, che non anno venuto solo li cane ma magare li padrone delli cece, con li lopare sparanto verso noie soldate, che per fortuna anno cominciato a sparare in aria per farene scapare. Che certo se avesseno ammazato qualchedono di noie soldate, o magare ferito, certo che noie li focila ci labiammo, tutte e 2000 soldate sopera il treno, e vedete che crante battaglia che si avesse potuto fare! Ma non a’ socesso niente. Anno sceso dal treno li oficiale e magare il comandante della tredotta, che era il Maggiore Tordo, catanise. Quinte recordo che queste 6 padrone delle cece, povera cente, si anno messo a piancere perche’ avevino lavorato tanto per queste cece e ora ci lavemmo robato noie soldate. Il Maggiore di nottetiempo a’ chiamato uno deie nostre tenente, che era ciomitra dipplomatico perito di misorare terre, ci a’ fatto prezare questa perdita di cece e ci a’ fermato alli 6 povere contatine una campiale del valore che potevino avere li cece. Poie ci a’ detto a noie che queste solde di questa campiale ci li debitava a tutte li 2000 soldate che erimo, senza nessuna destenzione.